Bomba contro gli italiani in Libano, ma Hezbollah scagiona i suoi miliziani

La bomba esplosa al passaggio di una pattuglia di Caschi blu italiani nei pressi di Sidone, nel Libano meridionale, era stata piazzata per uccidere. L’entità dell’esplosione avvenuta all’ingresso della città, a quanto pare innescata a distanza con un radiocomando, non lascia spazio a dubbi sulla volontà di uccidere degli attentatori. Sei militari sono rimasti feriti, due in modo grave. Non è detto che nel mirino ci fossero proprio gli italiani. Leggi Una missione vulnerabile
22 AGO 20
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A rafforzare l’impressione che si tratti di un attentato dei salafiti – Sidone è una città a maggioranza sunnita, e quindi potrebbe ospitare gli estremisti; più giù è tutta zona sciita – è arrivata la dichiarazione sdegnata di Hezbollah, che qualche ora dopo l’esplosione ha condannato l’agguato contro i militari italiani di Unifil con “sgomento, dolore e rabbia”, come hanno detto all’agenzia Agi il ministro degli Esteri del movimento sciita, Ali Daghmush, e il portavoce Ibrahim al Moussawi. Hezbollah sostiene di non avere sotto controllo l’area nella quale è avvenuto l’attentato e ha speso parole dolci per l’Italia, che secondo gli esponenti del movimento “ha contribuito alla pace e alla stabilità nel sud, e ha protetto i cittadini che ci vivono”.

In realtà, come può testimoniare chi c’è stato, Hezbollah non ha interesse a colpire Unifil, per di più al di fuori dalla propria area d’operazioni, perché la missione delle Nazioni Unite non arreca alcun disturbo alle attività del movimento. “Capita che a volte blocchino l’accesso delle pattuglie dei Caschi blu a certe zone, costringendole ad aspettare fuori. Quando hanno finito con i loro traffici, permettono alle pattuglie di entrare. Fatta in questo modo, l’attività di sorveglianza delle Nazioni Unite che dovrebbe impedire a Hezbollah di armarsi in previsione del secondo tempo della guerra dell’estate 2006 contro Israele non serve a nulla”, dicono dal Libano fonti che preferiscono restare anonime. Hezbollah, è la conclusione poco lusinghiera, non vi ha attaccati perché vi ritiene innocui.

Altri analisti invece vedono
dietro l’attentato la mano del movimento sciita. La bomba sarebbe un’intimidazione in risposta alle pressioni occidentali sulla Siria che sta massacrando i manifestanti che da dieci settimane chiedono la fine del regime degli Assad. Hezbollah è legata a Damasco da relazioni strettissime, e quello di ieri sarebbe soltanto un assaggio – per chi sostiene la responsabilità del movimento – di quello che potrebbe accadere se l’occidente decidesse di interferire con gli affari interni della Siria, come è sembrato ieri al termine del G8 di Deauville. Se non ci lasciate stare, è il messaggio, abbiamo a disposizione numerose opzioni per dissuadervi. Colpire i vostri uomini in Libano, o colpire con i razzi Israele, appena al di là del confine.

Il paese dove stazionano i dodicimila peacekeeper di Unifil è sull’orlo di una crisi politica permanente. Da gennaio è senza governo, da quando i ministri legati a Hezbollah hanno abbandonato l’esecutivo.
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